news
percorso: Home > news > Le inchieste

I PARADOSSI DEL TURISMO

21-07-2026 17:59 - Le inchieste
Nel settembre dell’anno scorso la rivista “Micromega” dedicava il suo quinto bimestrale, intitolato “Homo turisticus”, alle trasformazioni “antropologiche” che la politica turistica italiana degli ultimi anni (ispirata al principio che il turismo sia “il petrolio d’Italia”, cioè la nuova base di un ulteriore sviluppo economico) ha prodotto nella società e nella cultura collettiva dei luoghi, i cui amministratori abbiano scelto di trasformare il proprio territorio, per ragioni soprattutto economiche, in “mete turistiche”, producendo paradossalmente, nello sforzo di valorizzare a questo scopo le proprie città, l’effetto opposto di sottrarre loro quel valore, che le rendeva o poteva renderle attrattive per i turisti.

Così, ad esempio, i Centri Storici hanno espulso definitivamente chi li ha abitati per secoli, perpetuando tradizioni sociali e collettive, per fare spazio (con case in affitto e bed&breakfast) agli “ospiti temporanei”, in un processo di “sostituzione civica”, che ha distrutto proprio quelle caratteristiche di “autenticità”, che richiamavano i turisti. Mentre le zone costiere sono state da tempo cementificate con “case-vacanza” e le spiagge sono colonizzate da troppi stabilimenti balneari, che ne offuscano la bellezza. Persino i sentieri di montagna sono talmente sovraffollati da aver creato un allarme ambientale.

Ci permettiamo di aggiungere che, spesso (come nella nostra cittadina), questo processo di “overtourism” convive con un degrado delle abitazioni (o di interi quartieri periferici, nelle grandi città) meno “turistizzabili”, abbandonate a sé stesse, perché destinate ad ospitare soprattutto un’onda in continuo ricambio di migranti, costretti ad accettare qualsiasi condizione pur di trovare un tetto temporaneo. Capita così di trovare nel nostro Centro Storico, accanto a scenari reinventati e fasulli nei luoghi principali (pensiamo al pessimo restauro della trecentesca Porta San Michele o alle più recenti aggiunte in plastica subìte dalle poche tracce architettoniche del passato medievale), destinati agli stagionali “eventi turistici”, traverse e rioni tristemente abbandonati e sporchi, riservati a questi nuovi Invisibili, che non hanno neanche il tempo (come avveniva qualche anno fa) di ricostruirvi una propria identità culturale, perché vi si trattengono troppo poco, alla continua ricerca di un lavoro sempre più precario e sottopagato.

Ed anche il territorio agricolo italiano si è degradato, cancellando i piccoli produttori locali, per fare posto agli “agriturismo” al posto dei nuclei abitativi contadini e ad alberghi ultramoderni nelle antiche residenze signorili di campagna, con immancabili piscine, che ormai compaiono addirittura, come punteggiamenti azzurri, nelle foto satellitari. Intorno a questi reinventati insediamenti rurali, si trova inoltre un territorio che ospita ora (con l’eccezione di piccoli orti più o meno tradizionali a fini “turistici”) monocolture “da esportazione” (come le vigne e gli ulivi o il prezioso zafferano), che prevalgano su quelle tradizionali, nello sforzo di adeguarsi alle richieste del mercato, offrendo alle loro tavole reinventati menù pseudo-locali, anonimamente “turistici” ma con “tocchi da chef”, in un processo di omologazione culinaria, che impoverisce la tradizionale biodiversità delle nostre campagne mediterranee. Ed a ciò ha contribuito anche un’interpretazione del “biologico”, che si basa sulle costose autocertificazioni private, ma spesso poco si cura della tutela e della conservazione delle sementi locali o della salvaguardia degli antichi metodi di coltivazione promiscui, più capaci di resistere al clima caldo e meno bisognosi di concimazioni.

Ma vediamo se i DATI STATISTICI relativi al nostro territorio confermano queste analisi generali. In base al “Rapporto 2024 sul Turismo in Sicilia”, l’ultimo redatto dall’assessorato al Turismo della Regione Siciliana, “dopo la fase fortemente recessiva registrata negli anni segnati dalla diffusione della pandemia da Covid-19, il comparto turistico regionale ha sperimentato una graduale, sempre crescente fase di ripresa che, nel 2024, ha fatto rilevare per le presenze un +5,5% sul 2023, con una permanenza media pari a 3 giorni, in crescita rispetto al passato. Tale dato è rappresentativo delle sole strutture ricettive alberghiere ed extra-alberghiere e non comprende il flusso generato dalla nuova forma di ricettività, rilevato a partire dal 2023, che afferisce ai cosiddetti “affitti brevi”. Largamente diffusa in Sicilia infatti, così come nel resto d’Italia, l‘offerta ricettiva legata alle locazioni brevi per finalità turistiche (con un +38,9% sul 2023) ha generato, da sola, nel corso del 2024, un flusso turistico per le presenze di +36,4% sul 2023, con una permanenza media che si assesta a 4 giorni”. Calano però, come numero di esercizi, sia le strutture alberghiere che extra-alberghiere, con la sola eccezione degli agriturismo, che sono aumentati, rispetto all’anno precedente, del 22%.

La provincia di Messina attira il 30% del turismo siciliano, grazie soprattutto ai due poli di Taormina e delle Eolie, ma il Comune di Patti (grazie alle sue molteplici attrattive, dato che è centro balneare, storico, archeologico, religioso e naturalistico) vi si colloca al terzo posto per presenze turistiche, con un’assoluta rilevanza degli agriturismo, dei bed&breakfest e degli affitti brevi.

Mancano, naturalmente, nei dati regionali, ma sono ben note ai cittadini, le conseguenze negative prodotte da questa tipologia di accoglienza sulla vivibilità per gli abitanti, rispetto all’aumento degli affitti per i residenti ed alla riduzione delle case affittabili per tutto l’anno e rispetto all’aumento stagionale dei rifiuti e del carico fognario e dei problemi legati al consumo idrico, in territori di endemica carenza d’acqua, per l’aumentato numero di presenze periodiche, che si fanno sentire anche su traffico e parcheggi. Aggiungiamo anche il rischio di trasformare le aree archeologiche da poli di conoscenza scientifica del passato e di approfondimento delle ipotesi di studio e di scavo in alternative agli stadi per ospitare concerti e per un’offerta teatrale “estiva”, che diventa sovrabbondante sia per la concorrenza tra gli organizzatori, che si contendono finanziamenti di vario tipo, sia per lo scopo crescente di “attirare più turisti”, sia pure per un giorno.

Per quanto attiene ai mutamenti rurali invece (forse più rilevanti e gravi di quelli urbani in un piccolo centro come il nostro) si può fare ricorso, per verificare gli effetti dell’overtourism agrituristico, ai dati del censimento dell’agricoltura del 2020 (che sarà l’ultimo censimento decennale Istat in materia, sostituito ora da meno significative rilevazioni annuali), paragonandoli a quelli del 2010.

In Sicilia nel 2010 l’Istat, con il 6° Censimento decennale sull’Agricoltura, aveva registrato 219.677 unità agricole, una cifra che la collocava al secondo posto (dopo la Puglia) tra le regioni italiane. Il 94% di queste aziende aveva una struttura giuridica individuale (irrisorie, dunque, le forme cooperative) ed il 76% una struttura fondiaria proprietaria (con forme limitate, perciò, di affitto o comodato). Nel 74% dei casi la manodopera era familiare, mentre quasi la metà di quella non familiare era straniera (per lo più proveniente da Paesi dell’Est europeo). L’87% delle aziende aveva un’estensione inferiore ai 10 ettari e più della metà (il 53%) un’estensione inferiore ai 2 ettari. Tra il 1986 ed il 2010 il numero delle aziende siciliane si era dimezzato con un calo costante, mentre la Superficie Agricola Utilizzata (SAU), dopo essersi ridotta di un quarto, dal 2000 era in rapido aumento, tanto da raggiungere i livelli nazionali. La diminuzione delle unità agricole, infatti, era stata compensata dall’aumento della loro dimensione media (con la SAU media passata da 3,7 a 6,3).

Nella provincia di Messina le aziende agricole nel 2010 erano 26.166. Il 98,4% con struttura giuridica individuale, il 90,6% con un’estensione inferiore ai 10 ettari e ben il 70,12% con un’estensione inferiore ai 2 ettari. Quasi tutte risultavano a conduzione diretta del coltivatore. Il calo delle unità agricole è stato, tra il 2000 ed il 2010, del 54,8%, e questo calo ha riguardato in particolare quelle inferiori ai 10 ettari, mentre anche nella nostra provincia c’è stato un aumento, addirittura del 12,2%, della Superficie Agricola Utilizzata (l’aumento percentuale maggiore di tutta la Sicilia), che ha riguardato solo le aziende superiori ai 10 ettari, cresciute anche di numero.

A Patti le unità agricole registrate dal Censimento 2010 sono state 513, mentre nello stesso anno solo 111 aziende agricole risultavano registrate alla Camera di Commercio di Messina. È stato altissimo il calo percentuale del numero delle unità agricole (e ha riguardato anche qui quelle con meno di 10 ettari) e parimenti elevato l’aumento, in numero ed estensione, di quelle superiori ai 10 ettari.

Si era assistito dunque già nel 2010, in tutta la Sicilia (ed in misura elevatissima in provincia di Messina ed a Patti) ad un fenomeno di concentrazione della proprietà, in misura superiore a quella della media nazionale. Secondo molti analisti ciò era stato causato in buona parte dalle specifiche misure incentivanti delle politiche di sostegno dell’UE, in particolare verso “l’insediamento di giovani agricoltori”, le “gestioni ecosostenibili e biologiche”, la “conversione dei seminativi in pascoli permanenti” e la “diversificazione verso attività non agricole”. La notevole differenza, d’altra parte, a Patti tra unità agricole censite nel 2010 (513) ed aziende registrate alla Camera di Commercio (111) dimostrava come poco più del 20% dei coltivatori avesse provato ad accedere ai finanziamenti dei Piani di Sviluppo Rurale, che implicavano del resto anche la necessità di servirsi di esperti e consulenti, data la complessità burocratica dei Bandi. Il restante 80% restava confinato nell’autoconsumo o praticava una commercializzazione occasionale e minoritaria dei propri prodotti. Anche le aziende più grandi, inoltre, (e persino quelle sovvenzionate) avevano difficoltà a trovare soddisfacenti forme di commercializzazione “a km zero” per la propria produzione, svendendola infine ai supermercati o lasciandola non raccolta.

Il 7° Censimento decennale sull’Agricoltura del 2020 ha registrato per la Sicilia un’ulteriore diminuzione del 34,9% del numero delle aziende agricole (calate dopo 10 anni nella regione a 143.000 ed a Patti a 455). Mentre è risultata superiore alla media nazionale (34,2% contro il 31,4% nazionale) la percentuale dei capi-azienda donne, a riprova della buona incidenza nell’isola degli incentivi europei. La manodopera familiare è passata al 50% e quella straniera all’11,5% (al di sotto della media nazionale del 15,5%). La SAU è calata rispetto a 10 anni prima del 2,4%, ma meno del calo nazionale. A conferma di quel processo di concentrazione aziendale registrato nel 2010, sono aumentate del 13% le aziende agricole con SAU superiore ai 50 ettari e sono calate di ben il 53,3% quelle con SAU inferiore ai 2 ettari. Rilevante l’aumento degli agriturismo (diventati l’attività aggiuntiva più diffusa) e la percentuale delle aziende “con metodo biologico” (il 7,4% rispetto al 6,7% della media nazionale), anche in questo caso per effetto degli incentivi nazionali ed europei.

I dati ci confermano dunque una espansione extra-alberghiera del turismo urbano ed una rilevante “turistizzazione” del nostro territorio rurale, che minaccia di far sparire la piccola e piccolissima proprietà contadina (erede di secolari tradizioni colturali e di un irrecuperabile sapere naturalistico), a vantaggio di proprietari-imprenditori più o meno improvvisati e legati alle richieste del mercato turistico.

Concludiamo segnalando che il numero della rivista a cui ci siamo ispirati in questo breve approfondimento recensisce e suggerisce anche forme di turismo alternativo, più equilibrate e rispettose dei residenti e delle tradizioni (come quello dei “cammini”) ma rinviamo alla sua lettura diretta chi fosse interessato ad approfondire questo aspetto.