25 Agosto 2019
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La foto della settimana n.138: SE MUORE LA SPERANZA

22-06-2019 15:33 - La foto della settimana
Il corpo senza vita di una ragazzo di 16 anni, che pende impiccato all'interno di un desolato capannone industriale dismesso da anni a Patti, è l’immagine che da giorni ci accompagna, impedendoci di intervenire con la consueta frequenza sui problemi del nostro Paese Invisibile. La responsabilità di questa morte (suicidio o omicidio che sia) grava sull'intera comunità e bene ha fatto lo storico periodico locale “In Cammino”, a mettere sulla sua prima pagina (che riportiamo nella foto di oggi), il viso di Michael, con l’impegno di mantenere accesa l’attenzione su questo fatto, che di certo non è solo di cronaca nera, “finché non sarà fatta piena luce su questa strana morte”. Credibili, infatti, sia l’ipotesi del suicidio, per il comprovato disagio familiare, scolastico e personale del ragazzo, sia l’altra, ancora più inquietante, dell’omicidio, dato che in quel capannone quattro anni fa era stato “processato” e torturato un altro adolescente, per di più di fronte ad un pubblico di coetanei.
Che molti giovani pattesi si ritrovino all'interno di aree e costruzioni abbandonate è noto a tutti e sono ben visibili le tracce delle piste e dei varchi che vi danno accesso: sono spazi che i ragazzi percepiscono come luoghi separati, “invisibili”, autogestiti, ma qui a Patti, al contrario che nelle grandi città, senza un’aperta e combattiva rivendicazione, bensì con il consenso tacito delle istituzioni (uno di questi varchi era addirittura adiacente alla sede dei vigili urbani in Via Mazzini) e di una comunità che in alternativa offre ai propri giovani solo i tavolini dei bar.
Una comunità che si ritrova superficialmente e passivamente solo nelle ricorrenze religiose e negli eventi musicali e gastronomici, ma che da tempo ha smarrito il senso della partecipazione attiva alla vita sociale e si accontenta di proteggere il cerchio ristretto degli interessi privati, accattivandosi il “favore” di chi amministra.
Più che sottolineare le responsabilità degli altri, però, di fronte ad una morte come questa (preceduta per altro da una catena ininterrotta di suicidi di adulti), ci preme interrogarci oggi sulle nostre insufficienze, rese più gravi dal fatto che ci rendiamo ben conto del vuoto esistenziale che grava sul paese e soprattutto sui suoi Invisibili: i soggetti storicamente e socialmente più deboli, su cui si scarica impietosamente, nei periodi di crisi economica, il costo umano e materiale della disgregazione e del disagio. Noi non crediamo che la società in cui oggi viviamo abbia “valori” da difendere e da proporre. Non facciamo appello ad istituzioni che danno per prime il cattivo esempio, con comportamenti discriminatori e non di rado illegali, percepiti tragicamente come “normali” da una larga maggioranza di cittadini. Noi non pensiamo che chi dissente sia un disadattato o un perdente. Dunque tocca a noi per primi agire concretamente in una direzione diversa: toccava e tocca a noi rivendicare spazi di libertà e di libero confronto, forme di azione dal basso capaci di dare alle persone (e in particolare ai più giovani) la prospettiva di una possibilità reale di cambiamento.
La nostra generazione non può non tornare col ricordo agli anni ’50: quelli dell’illusoria agiatezza diffusa, che distruggeva l’antichissima civiltà contadina, sostituendola con un becero consumismo di massa, ed alla crisi degli anni ’60, quando “Dio moriva” nella consapevolezza del vuoto e dell’impotenza sociale. E non può non ricordare il senso di liberazione e di speranza collettiva scoperto all'improvviso alla fine di quel decennio, quando si pensò di poter riprendere direttamente nelle proprie mani la responsabilità e la forza di un cambiamento storico radicale.
Non abbiamo, però, da dare consigli o esortazioni alle nuove generazioni, che annegano oggi nel vuoto di una simile anonimia ed atomizzazione. Possiamo solo dare l’esempio di percorsi diversi, di un protagonismo sociale non delegabile, di una lotta incessante per riconquistare spazio e potere sociale, rifiutando di languire nel deserto industriale di un modello sociale in inarrestabile disfacimento.
Avremmo potuto e possiamo oggi pretendere non che siano “sigillate le aree dismesse”, come ha chiesto la redazione del giornale “In Cammino”, ma che siano affidate gratuitamente, in modo aperto e trasparente, ad Associazioni e Comitati, anche studenteschi, per un immediato utilizzo alternativo, sia pure temporaneo. Pensiamo al capannone dell’ex Palestra di Via Mazzini (che il Comune ha recentemente dichiarato immune dal rischio amianto, aprendolo ai carristi per Carnevale) o all'area ex-Forestale, già richiesta dal Comitato per l’Oasi Felina. E ci domandiamo che senso abbia avuto la vendita dell’ex-mattatoio di Via 2 giugno e della stessa ex-fabbrica di ceramiche Caleca (in cui oggi è morto Michael) a società private che non sembrano affatto intenzionate ad utilizzarle: si è trattato di vendite fittizie, utili solo alle imprese per mettere in circolazione del denaro e al Comune per spostarle all'attivo in bilancio? O ai privati erano state promesse bonifiche a spese pubbliche (come quella relativa all'amianto), che in realtà non verranno mai realizzate?
L’importante, comunque, è che risorga una speranza collettiva di riutilizzare immediatamente le aree urbane abbandonate (e come non pensare a quell'inutilizzato Palazzo Galvagno, nel cuore del nostro Centro Storico, che i ragazzi potrebbero utilizzare tutto l’anno per organizzare autonomamente concerti o cineforum, o semplicemente per incontrarsi liberamente). L’importante è coltivare almeno una voglia di cura e di gestione diretta delle cose, anche di quelle piccole o apparentemente poco importanti, che confermi però la speranza di un mondo diverso e più umano.
Perché se muore la speranza di cambiamento e di miglioramento non solo materiale, per quanto difficile essa sia da mantenere in questi giorni, alle persone più sensibili e coscienti non restano che i ghetti, in cui la violenza della società si riflette con minore ipocrisia ma con uguale capacità distruttiva, e in cui l’anima muore prima del corpo.



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