17 Giugno 2024
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Tempo di bilanci: 2) QUALE CENTRO STORICO?

27-01-2024 17:03 - Le inchieste
Non poteva mancare, in questi nostri bilanci sull'operato della nuova Amministrazione pattese, il tema del Centro Storico, luogo essenziale per tanti Invisibili del nostro paese e sede principale della nostra prima inchiesta su di loro, svolta 10 anni fa. Durante quelle interviste, fatte soprattutto agli anziani, uno di loro, seduto tra molti vasi di fiori e di aromi mediterranei davanti alla porta della sua casa (l’ultima ancora abitata in un’antica viuzza, che portava indelebili i segni del bombardamento anglo-americano del 1943 e del grave terremoto del 1978) ci diceva che quella strada gli somigliava perché, priva dei bambini che un tempo vi giocavano e delle voci di chi vi teneva bottega o vi passava per vendere la sua merce, non aveva più prospettive di vita futura. Riportammo allora quella sua risposta nella ballata “Il Paese antico” (“e resta com’a mia sta strada antica, sdirupata da guerra e ‘u tirrimoto: nenti chiù jocu, nenti chiù fatica, non vido cchiù la vita unni mi votu”), affidata come altre all'abilità di due tra gli ultimi cantastorie messinesi.
In sintonia con questa testimonianza l’ultimo fornaio che lavorava ancora negli antichi rioni pattesi aveva risposto alla nostra domanda su cosa fosse per lui il Centro Storico, dicendoci: “Il Centro Storico ormai siamo noi anziani. Quando moriremo noi, il Centro Storico non ci sarà più”. Lui se n’è andato per sempre l’anno scorso, il suo forno è rimasto chiuso e quella sua frase tanto amara è l’epitaffio che ci sembra di leggervi sopra ogni volta che passiamo per la vecchia scalinata su cui si apriva la sua bottega.

Entrambi avevano ragione: il Centro Storico, infatti, non è fatto solo di case antiche, vecchie strade, scalinate e monumenti, ma soprattutto di una collettività attiva, che conserva consapevolmente la sua memoria e che le conferisce valore perpetuando tecniche di lavoro, stili di vita, di consumo e di produzione ed un nucleo di tradizioni condivise: basti pensare, in Italia, a luoghi come il ghetto ebreo di Roma o ai tanti rioni artigianali delle città d’arte, come Firenze o Venezia, ed ai tanti piccoli centri medievali collinari, che lottano contro lo spopolamento, riscoprendo le proprie originarie radici produttive, oppure, nell'area mediterranea, alle tante casbah, animate da botteghe e mercati, come quelle magrebine, mediorientali e siciliane. Al contrario il Centro Storico di Patti, senza più gli antichi mestieri dell’artigianato (con botteghe e negozietti che hanno chiuso o si sono trasferiti ai limiti del Centro moderno), senza più il piccolo commercio di prodotti locali e senza più giovani coppie con bambini e famiglie allargate, è oggi solo un cumulo sempre più vasto di rovine, in cui sopravvive solo la memoria degli anziani, destinata perciò a scomparire con loro.

La nuova Amministrazione pattese può fare sperare in una svolta su questo tema? Finora in effetti non si è discostata molto dai governanti pattesi degli ultimi 30 anni che, per rivitalizzarlo, hanno cercato di fare del Centro Storico un luogo di sporadici e per lo più estivi eventi piovuti dall’esterno, di “movida” di provincia e di possibili speculazioni edilizie private, in un deserto urbanistico privo di infrastrutture e servizi pubblici, in cui si moltiplica la presenza dei migranti e di abitanti al limite della sussistenza, mentre il patrimonio comunale deperisce rapidamente, persino se viene ristrutturato, per mancanza di idee giuste sulla sua utilizzazione: le condizioni deplorevoli in cui ancora oggi versano Palazzo Sciacca Baratta o il Vecchio Carcere (ovvero l’antico Convento di Santa Maria di Gesù) non lasciano dubbi in proposito e l’annuncio dell’apertura al pubblico, tra qualche mese, del tanto atteso Palazzo Galvagno lascia il tempo che trova, dato che non si ha la minima idea di come utilizzarlo. Lo stesso valga per la recente decisione di ripavimentare l’antica Via dei Greci (supr’e mura) se il lavoro non si collegherà davvero, come pure è stato preannunziato, ad una riorganizzazione dello spazio che vada al di là dei prevedibili e tristissimi parcheggi. Una riorganizzazione che non può essere frutto solo del lavoro di esperti, per quanto qualificati e ben intenzionati, ma che ha bisogno del coinvolgimento attivo degli abitanti e del loro ritorno ad una funzione produttiva e sociale negli spazi recuperati.

È possibile però fermare il tempo? È possibile ridare vita, negli antichi rioni, a tecniche di lavoro superate dal sistema industriale ed a stili di vita scomodi per gli standard moderni? Per rispondere bisogna guardare alla situazione generale e considerare che nell'attuale Mondo Occidentale il rapido declino della produzione industriale, la dilagante disoccupazione, la crescente povertà di una fetta sempre maggiore della popolazione e la distruzione sistematica delle risorse naturali suggeriscono che la riscoperta di un diverso sistema economico-culturale non solo è possibile, ma è necessaria. Ma di quale artigianato e di quali stili di vita parliamo?

1) L’artigianato che sopravvive in questo tardo sistema industriale è di due tipi: quello riservato a clienti agiati, che cercano prodotti originali e di alta qualità, e quello rivolto ai più poveri, che produce o aggiusta oggetti a buon mercato. Il primo è il regno dell’alta moda e delle merci “griffate”, vendute nei negozi più prestigiosi, ma spesso prodotte nei ghetti poveri del mondo, da artigiani senza alcuna garanzia di lavoro e sottopagati. Il secondo è un’attività di sussistenza, fatta da poveri per clienti poveri, spesso al limite della legalità, anche a causa delle legislazioni restrittive introdotte negli ultimi anni in questo settore. L’artigianato tradizionale del Centro Storico pattese era imperniato nell’Ottocento su sarti, calzolai, ebanisti-falegnami, orefici, fornai e pasticceri-gelatai, dato che i ceramisti fin dal ‘700 si erano concentrati alla Marina ed i setaioli (di cui resta traccia in qualche alta torre, come quella di Piazza San Nicola) erano stati stroncati già dal ‘600 dalla concorrenza lombarda, durante la comune dipendenza dalla Spagna. Queste tipologie artigiane erano rivolte, in una gradazione di abilità e di uso di materiali pregiati, ad entrambi i tipi di clientela, anche se spesso in botteghe e laboratori artigianali distinti. Dal secondo dopoguerra l’avvento della produzione di serie di tipo industriale ridusse progressivamente gli uni e gli altri, lasciando sopravvivere più a lungo solo gli orafi ed il settore gastronomico (dolci, gelati, rosticceria tipica ed alcune trattorie, legate alla pesca o all'allevamento locali), spesso però localizzati nel Centro moderno (tra Via Trieste e Piazza Marconi) o lungo la costa. Da quale artigianato si dovrebbe ripartire oggi nel Centro Storico? Pensiamo che l’esigenza del riuso, imposta oggi sia da ragioni economiche che da ragioni etiche, il ritorno indiscusso alla dieta mediterranea e la riscoperta di un’oggettistica non di serie impongano una reinterpretazione dell’artigianato povero anche in senso alternativo. Alcuni buoni esempi ci sono già: dal calzolaio che accanto a tutti i tipi di economiche riparazioni in pelle ha iniziato a proporre ora una pelletteria artigiana di buona qualità (anche se dalla zona di San Nicola si è dovuto spostare sulla molto più trafficata via Garibaldi), all'unica trattoria degli antichi rioni, vicina alla Chiesa della Candelora, che accanto a piatti di tipo casalingo offre oggi biscotti tradizionali e i dolci più famosi della tradizione pattese (pasticciotti e cardinali), rivendicando anche nel nome (La Frannina) la discendenza da una delle più antiche pasticcerie pattesi del primo ‘900.

2) Lo stile di vita in un Centro Storico è senza dubbio diverso da quello dei centri moderni, con palazzi antichi senza ascensori e viuzze e scalinate inadatte al traffico veicolare. In compenso, quando sono vitali, questi spazi offrono maggiore socialità, abbondanza di luoghi culturali ed un tipo di offerta di merci particolari. A Patti mancano da tempo, purtroppo, questi aspetti compensativi (basti pensare che mancano persino i negozietti di souvenir locali, immancabili altrove). Eppure sarebbe a costo zero creare una serie di incentivi per concentrare qui laboratori e piccoli spazi teatrali e musicali (mentre oggi persino la sede della banda musicale è stata trasferita nel centro moderno), per riportarvi dalla Marina parte della biblioteca e gli archivi comunali, per aprirvi negozi di artigianato tipico (dalle ceramiche all’oreficeria alle pelletterie), di antiquariato e di piccolo artigianato creativo e per agevolare il ritorno degli ultimi artigiani (sarti, calzolai, piccole falegnamerie, oreficeria). Non pensiamo che manchi a Patti anche chi avrebbe la capacità di gestire qui trattorie tipiche con ricette locali, realizzate con prodotti a filiera corta, o piccoli laboratori enogastronomici. Immancabile naturalmente sarebbe la riapertura del Mercato Contadino a chilometro zero (di cui abbiamo ampiamente parlato qualche settimana fa e che per 5 anni la nostra associazione ha gestito direttamente) e di mercatini del piccolo antiquariato, del riuso, dell’hobbistica e del collezionismo. Quanto all'aspetto abitativo, sarebbe essenziale imporre ai grandi proprietari la messa in sicurezza di interi palazzi fatiscenti, pena l’esproprio da parte del Comune, invece di transennarne l’esterno per poi chiudere gli occhi di fronte al loro affitto a prezzi sproporzionati, grazie alla forte pressione abitativa dei migranti, o di ventilarne un’acquisizione pubblica (che premierebbe il quasi cinquantennale assenteismo di molti di loro) altamente improbabile, come dimostra l’attuale blocco del progetto di social housing avviato qualche anno fa.

Aspettiamo allora che le buone intenzioni della nuova Amministrazione si rafforzino in un contatto diretto con tutti i residenti, gli artigiani ancora attivi e le tante Associazioni che hanno sede nel Centro Storico, tra cui in finale di discorso ci piace ricordare il “Centro Storico Patti Album”, che ha rievocato negli ultimi due Natali, con la collaborazione attiva di tanti residenti del rione, la memoria comune del popoloso mondo produttivo che animava fino a qualche decennio fa Sant’Antonio Abate (Arret’o Casteddu), in un fitto incrocio di economia, socialità e cultura, che, si badi bene, non può essere spezzato, pena la sterilità e l’inutilità delle sue componenti separate, e che potrebbe essere fatto rivivere nella sua piena complessità e vitalità (arricchito dalle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie ed in un contatto rinnovato con la natura e la storia del territorio) dentro quell’ “altro mondo possibile” di cui parlavamo all'inizio, espressione di un nuovo modo di produzione, che ci salvi da quello attuale, in corsa irrefrenabile verso una nuova guerra mondiale ed una generalizzata prevaricazione degli Invisibili di ogni nazione.



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