21 Ottobre 2020

LA POLVERE SOTTO IL TAPPETO: dal paesaggio perduto alla “riserva” di rifiuti

21-02-2020 09:19 - Open Patti: documenti condivisi
In un'epoca in cui l'etichetta (ovvero il brand, la "narrazione", lo slogan) vale più del contenuto, non meraviglia constatare come l'Amministrazione Comunale pattese si lanci addirittura alla conquista della prestigiosa “Bandierablu” di Legambiente (per le tre spiagge di Galice, Mongiove e Marinello), pur trascurando da anni in modo clamoroso la cura dell'ambiente e la salvaguardia dall'inquinamento. Si considera evidentemente quella bandierina solo come uno specchietto per le allodole, buono ad attirare i turisti almeno per un anno (in quanti ritorneranno?): si fa insomma come chi pulisce casa in tutta fretta unicamente se aspetta ospiti e nasconde senza scrupoli la polvere sotto il tappeto, giusto per salvare le apparenze.
Quale sia in realtà la situazione di fatto del nostro territorio, però, ce lo rivela impietosamente l'ultimo aggiornamento del Piano Paesaggistico Regionale dell'Ambito 9 (Provincia di Messina), che, nella parte descrittiva della zona pattese (vedi il brano, estrapolato dal testo completo, nel documento allegato sotto in Pdf) registra il continuo degrado delle aree che si sarebbero dovute proteggere e la scomparsa irrimediabile di paesaggi e di architetture tipiche. A paragone di questa situazione reale, la parte precettiva del documento (che si può leggere, nel testo intero allegato sotto, alle pagg. 146-163) appare alquanto ripetitiva e debole, quasi un obbligo d'ufficio, come dimostra anche il fatto che i privati e le ditte, che hanno già distrutto nelle loro proprietà le zone boschive, si vedono premiati oggi dall'abolizione ufficiale proprio di quei vincoli, che avrebbero dovuto tutelare i boschi perduti (v. pagg.2-4).
Colpisce, in particolare, il degrado delle aree archeologiche della Villa Romana di Patti Marina e di contrada Monte, con i suoi originali anfratti rupestri, (“Patti e Marina di Patti costituiscono ormai un unico ambiente urbano, che tende ulteriormente ad espandersi disordinatamente, anche a danno delle emergenze archeologiche di cui questo contesto è ricco. La villa romana di c/da S. Erasmo è svilita dalla presenza di detrattori ambientali costituiti da infrastrutture e da capannoni industriali sedi di attività produttive non congrue con la naturale vocazione della zona. Di analoga sorte è minacciata l'area archeologica in c/da Monte situata ai margini della strada Provinciale 132) e non si deve dimenticare che si è ormai rinunciato, vendendo a privati l'ex fabbrica Caleca, ad effettuare scavi ulteriori, alla ricerca del probabile porto della Villa Romana. Ma non è da meno la constatazione delle “alienazioni ed usurpazioni” delle antiche “Regie Trazzere” (le grandi vie usate per le transumanze), costellate da tipiche architetture contadine e della cancellazione dei tratti caratteristici dei “Borghi Marinari”, a causa di una delittuosa permissività nel costruire (“espansione edilizia che, soprattutto nei tratti di Marina di Patti – San Giorgio (…) ha fagocitato i piccoli nuclei storici provocando la dispersione della loro identità urbanistica e culturale").
Complessivamente, insomma, “fattori di rischio del paesaggio sono: lo spopolamento delle aree interne, l'eccessivo carico antropico delle coste, il degrado dei centri storici per abbandono e/o opere di manutenzione inadeguate, lo snaturamento del valore storico testimoniale del paesaggio agrario tradizionale, per la presenza di detrattori ambientali (e noi pensiamo anche ad alcune infelici ristrutturazioni alberghiere degli ultimi anni), e la caotica antropizzazione delle aree agricole; le aree archeologiche non sufficientemente valorizzate e salvaguardate sono soggette al rischio di abbandono, scarsa fruibilità, attività antropiche inadeguate e/o potenzialmente nocive” (e i dati di quest'anno sulle visite in forte calo ai nostri siti archeologici, d'altra parte, confermano il rischio qui ipotizzato).
Per quanto riguarda l'ambiente, inoltre, a parte i dubbi che anno dopo anno puntualmente riguardano la funzionalità dei depuratori e dei loro sbocchi a mare e la conseguente scarsa balneabilità di larghi tratti di costa, si continuano ad abbattere gli alberi di alto fusto e a far morire di morte lenta quelli capitozzati a ripetizione nei periodi meno adatti, esibendo senza vergogna qualche sparuto nuovo alberello, destinato a non superare mai i due metri di altezza, nel rispetto della “legge Bonanno” (cioè delle dichiarazioni in merito del nostro infelice Assessore al verde) e avvolgendo nella plastica i disgraziati e già deturpati pini della Marina, rei di produrre aghi e di ospitare uccelli, con una spesa non indifferente, che fa crescere la già vertiginosa cifra sprecata in questo breve tratto di costa. Ma cosa pretendere in fondo da un Comune che affida la cura del verde ad una ditta edile (a cui va forse una parte del legname abbattuto) e ad un Assessore, che ha fatto della distruzione degli alberi d'alto fusto il tratto caratteristico del proprio triste passaggio in questo ruolo?

La “polvere sotto il tappeto” di cui parlavamo all'inizio, però, sono soprattutto i rifiuti differenziati, che evidentemente non costituiscono più un affare così lucroso tramite il riciclaggio (anche perché non di rado vengono rispediti indietro dai centri di lavorazione, in quanto mal differenziati) e in particolare l'organico, tanto costoso da smaltire, che si è deciso di “stoccarlo” nelle aree interne del nostro territorio.
Fallito il finanziamento degli “impianti per il compostaggio di comunità” (bloccati anche da un ricorso al TAR del Comitato dei residenti delle aree prescelte), e al momento ferma l'area già spianata a questo fine alcuni anni fa (vedi in questo sito, nella sezione Inchieste, la notizia del 17/12/2017: Si sta creando a Patti un'area di stoccaggio rifiuti?), si è ora emanato un “Avviso pubblico di interesse” per provvedere alla “messa in riserva”, in idonea piattaforma attrezzata e già autorizzata, dei rifiuti differenziati, compreso l'organico (vedi in allegato il Verbale di apertura delle buste del 20 gennaio scorso – con un'unica offerta pervenuta – e la relativa Convenzione, con la tipologia dei rifiuti differenziati interessati). Bisogna aggiungere per di più che per questo stoccaggio dell'organico non è prevista l'indicazione del quantitativo massimo immagazzinabile (sostituito dalla generica ed inquietante formula: “compatibilmente alle capacità del Centro di raccolta”, che equivale ad un “tutto quello che si riesce a farci stare”) e non si fissa un tempo definito (ricordiamo che la legge consente la messa in riserva dei rifiuti fino ad un massimo di 3 anni).
Non dubitiamo della serietà della ditta locale, che si è aggiudicata la “riserva dei rifiuti” (e che ha già dato ottima prova di sé nella gestione non facile della raccolta), ma non possiamo non sottolineare come questo stoccaggio sia altamente inquinante e maleodorante di per sé (come dimostrano le molte prescrizioni, comprese nella Convenzione, ma affidate al controllo di non si sa chi) e particolarmente grave, inoltre, se collocato in mezzo a colture agricole anche di pregio e lungo le sponde di quel fiume Timeto, che il Piano Paesaggistico regionale proclama invano di voler tutelare, per di più proprio nella zona in cui si trovano i pozzi d'acqua potabile del nostro territorio.
Cosa meritiamo allora, con queste politiche locali: la Bandierablu di Legambiente o la Bandiera Gialla delle pestilenze?


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