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LA "CALECA ITALIA" ED IL CAPITALISMO INVISIBILE

03-05-2013 15:10 - Le inchieste
I capannoni della "Caleca Italia", nella zona industriale di Patti
Dopo la pubblicazione della nostra inchiesta sulla "Breve estate delle Fabbriche Pattesi" molti invisibili (e non) ci hanno chiesto che fine avesse fatto la "Caleca Italia", ultima società sopravvissuta a quella effimera stagione, e se avesse ripreso la sua attività produttiva, sospesa nel gennaio del 2012, quando i 49 operai ancora alle sue dipendenze erano stati "messi in mobilità", con un accordo, sottoscritto da tutti i sindacati, con cui l´azienda si impegnava (come già più volte in passato) a riassumerli tutti in caso di ripresa dell´attività.
Con un breve supplemento di inchiesta, vi aggiorniamo sulle successive vicende.
Circa un anno fa, nonostante le proteste della CGIL, solo 24 dei 49 lavoratori erano stati riassunti dalla società "La Majolica Italiana srl", amministrata dalla dott.ssa Scarpulla, a cui la Caleca Italia aveva affittato i propri capannoni.
Alla fine del 2012 la Caleca Italia srl (già Ceramiche Caleca s.a.s., già Ceramiche Caleca s.r.l.), come la mitica Araba Fenice era risorta ancora una volta dalle proprie ceneri, questa volta come "Ceramiche del Tirreno srl in liquidazione", con sede in Capo D´Orlando.
Il 21 febbraio del 2013 il Tribunale di Patti (con sentenza n.02/2013) ha dichiarato il fallimento di questa società, nominando un curatore fallimentare.
Il 17 aprile del 2013 il Comune di Patti (come risulta dalla Delibera di Giunta n. 91 del 18 aprile 2013) ha segnalato al curatore fallimentare il credito vantato verso la "Ceramiche del Tirreno" (già "Caleca Italia") per omesso pagamento dell´ICI 2010 e 2011 (per complessivi 92.572 euro) e dell´IMU 2012 (per 80.961,58 euro) Sembra concludersi così la vicenda di questa grande fabbrica, anch´essa erede della gloriosa tradizione ceramica pattese, sponsor e partner (fino a pochi giorni fa) di tante importanti iniziative culturali. Con il fallimento della società si chiudono anche le speranze dei suoi ex operai di ritornare al lavoro, mentre resta sospesa alla disponibilità finanziaria finale la possibilità di recuperare i crediti, vantati ancora da molti di loro verso l´azienda.
Scriveva Karl Marx, nella Prefazione al I libro del Capitale del 1867: "Noi siamo tormentati non solo dallo sviluppo della produzione capitalistica, come tutto il resto dell´Europa occidentale, ma anche dalla mancanza di tale sviluppo". Marx si riferiva alla Germania di metà Ottocento, ma la considerazione va benissimo anche per l´Italia contemporanea e per il suo capitalismo invisibile.

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