22 Settembre 2020
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COVID: LA RIDUZIONE DELLO SPAZIO PUBBLICO

09-09-2020 16:14 - News Generiche
L’estate “post Covid” volge alla fine ed è tempo di bilanci: cosa è mutato in un anno?
Si temeva che ad essere maggiormente danneggiati sarebbero stati i gestori privati di bar e ristoranti, di stabilimenti balneari o di strutture alberghiere, dato il calo netto del turismo estero. Così è stato, in effetti, per le città d’arte o per le più famose località costiere. Ma per i piccoli centri, che d’estate ospitano essenzialmente paesani emigrati di ritorno o un turismo italiano di poche pretese, il mese d’agosto ha ripagato perdite e cali del periodo di blocco, grazie sia al bonus vacanze sia al fatto che i proprietari di questo tipo di locali (come gli organizzatori di eventi estivi) hanno goduto di una parziale o totale esenzione da tributi, come la SIAE o l’occupazione del suolo pubblico, potendo per di più allargarsi su spazi maggiori, sottratti allo spazio pubblico (è difficile però pensare che, al momento di versare i nuovi tributi, non continuino comunque a lamentare perdite).
Si temeva anche una restrizione delle possibilità di incontro e raduno per il cosiddetto “popolo della movida”, che al contrario ha ignorato persino le più elementari norme di protezione, complici l’orario prolungato dei locali, l’apertura di discoteche più o meno all'aperto e l’assenza di controlli e sanzioni.
In molti hanno ritenuto insomma in questa estate sorpassate le restrizioni legate alla pandemia, se si eccettua l’uso delle mascherine nei supermercati e (non sempre) nei negozi. Evidentemente gli italiani pensano di essere infettivi solo al mattino e nelle prime ore del pomeriggio, quando fanno la spesa o quando dovranno andare a scuola. Dopo il tramonto si pensa che il virus vada a riposo, come i bambini di un tempo dopo il Carosello pubblicitario.
Possiamo dire allora che quest’estate nulla è mutato?
No. Qualcosa di essenziale si è perso: LO SPAZIO PUBBLICO. Strade, piazze e marciapiedi sono state privatizzati senza alcun ritegno (anche se spesso con tavoli rimasti vuoti di clienti per buona parte del tempo). Gli eventi culturali in luoghi chiusi sono stati ristretti di fatto (per ragioni Covid?) ai soli invitati e persino gli spettacoli estivi sono diventati prenotabili con difficoltà per i comuni mortali (mai per gli amici degli amici, naturalmente), con numeri telefonici muti e recapiti internet spesso fasulli, seguiti da tardivi ed inutili appelli dell’ultima ora (quando ormai in molti avevano deciso di rinunciare) per accedere liberamente al botteghino, grazie ad un buon numero (evidentemente) di biglietti invenduti. Vietati i raduni religiosi all'aperto (comprese le processioni e i pellegrinaggi più antichi e seguiti). Inaccessibili di persona le riunioni del Consiglio Comunale e complicato l’accesso agli uffici pubblici. Ma soprattutto sono diventati difficili da organizzare assemblee ed incontri di dibattito aperto, sottoposti al vaglio di autorità spesso non imparziali, che si ricordano della pandemia solo quando non gradiscono gli organizzatori o gli argomenti da trattare.
Il Covid dunque ha lasciato libero di espandersi negli spazi pubblici il guadagno privato ed ha ricacciato al chiuso le pratiche collettive e gli assembramenti non legati al consumo (puoi ammassarti così davanti ad un bar, ma trovi spesso i cancelli chiusi se vuoi passeggiare al parco o in villa). E che dire dei tanti insegnanti, che si sono scoperti “soggetti fragili” solo al momento di tornare al lavoro, dopo aver frequentato senza problemi, per tutta l’estate, negozi, ristoranti e pizzerie?
Un appello dunque a tutti coloro che non si sentono solo consumatori: riprendiamoci gli spazi pubblici (con le attenzioni dettate dal buon senso, prima che dalle autorità) e torniamo ad essere cittadini consapevoli e liberi di radunarsi e discutere insieme. Osserviamo il distanziamento, ma non prendiamo le distanze dalla natura e dalla vita in comune. Non restringiamo la convivialità ad un tavolo di ristorante, ma torniamo a frequentare i luoghi pubblici soprattutto per condividere le idee e le pratiche collettive.





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