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QUALE RESISTENZA?

26-04-2026 09:44 - Cenni storici
Come tutti gli avvenimenti storici, la Resistenza italiana avvenuta tra il 1943 ed il 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, contro l’occupazione tedesca (scatenata dagli accordi tra la monarchia italiana e gli alleati anglo-americani) è un fenomeno complesso, nella cui analisi pesano inevitabilmente le ragioni dei vincitori finali.

Il carattere “antifascista” di questa Resistenza è una definizione che troviamo riduttiva ed in parte mistificante.
Certo, lo scontro tra le brigate partigiane e la milizia di Salò, alleata dei tedeschi, fu la parte più evidente e sanguinosa di quella guerriglia popolare, combattuta soprattutto da operai e contadini, con l’apporto individuale di intellettuali ed ufficiali italiani “disertori”, ma le classi dirigenti italiane (agrari ed industriali), che avevano già sostenuto la scalata al potere ed il governo fascista, furono i veri antagonisti di uno scontro di classe, che utilizzò i repubblichini come manodopera mercenaria e non esitò a scaricarli non appena si aprì, con l’uccisione di Mussolini, una prospettiva più sicura di mantenimento del proprio potere economico e sociale.

Tante sono le ragioni per cui si imbracciarono le armi in quei mesi, ma senza pretendere di prenderle qui tutte in considerazione, a noi preme ricordare quella Resistenza di classe, che operai e contadini (i nostri “invisibili”) condussero per un mutamento rivoluzionario del sistema economico-sociale che li sfruttava. Era una lotta già intrapresa alla fine della Prima Guerra Mondiale (e sconfitta allora dal padronato tramite lo squadrismo mussoliniano), il cui obiettivo tornava ad essere possibile in questa nuova grave crisi del potere capitalistico occidentale, che non riguardò solo la già industrializzata Italia Centro-settentrionale, ma anche il Meridione contadino, se pure con tempistiche e forme diverse: al Nord imbracciarono subito le armi quei proletari già colpiti dal fascismo delle origini: i contadini delle cooperative rosse e gli operai che avevano occupato le fabbriche nel 1921, al Sud si mosse più tardi il proletariato agricolo, che aveva (sia negli anni ’20 che nel secondo dopoguerra) come caposaldi organizzativi le Camere del Lavoro.

La Resistenza che noi vogliamo ricordare non fu dunque antifascista, ma anticapitalista e combattuta dal basso, per instaurare un nuovo ordine sociale. Contro di essa non scesero in campo solo i repubblichini, ma il nascente assetto centrista e filoamericano (con il beneplacito del PCI togliattiano), che condannò i partigiani non allineati al nuovo ordine e cercò di cancellare in ogni modo i germi di rivolta seminati dall’autogestione delle fabbriche e dalle repubbliche partigiane nate nei territori appena liberati dai nazisti, ispirate ai criteri del collettivismo dei beni produttivi e della democrazia diretta (ci piace segnalare in proposito il film “Corbari” di Valentino Orsini ed il romanzo “Le donne di Messina” di Elio Vittorini).

Al Sud la stessa Resistenza nacque più tardi, quando la neonata Repubblica Italiana stroncò l’occupazione delle terre, servendosi di nuovi mercenari, già utilizzati dal Comando Anglo-Americano (come la mafia nella Sicilia occidentale e la Massoneria in quella Orientale).

I principi di questa Resistenza sono arrivati nella Costituzione italiana attutiti e limitati dal trionfante patto centrista e dalla forza economica e sociale del nuovo padronato “antifascista”. Basti pensare che della democrazia diretta sono sopravvissuti solo alcuni istituti secondari, come il Referendum, che non a caso però, quando si libera del condizionamento partitico, dà ancora buoni frutti.