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Un processo per stregoneria nella Patti del ´500

08-03-2016 17:14 - Cenni storici
Una decina di anni fa una studentessa pattese, Carmela Nardo, dovendo preparare la tesi per la laurea in Lettere, trovò nell´Archivio Storico della Diocesi di Patti (che dal 1981 si sta accuratamente riordinando), nel fondo della "Magna Corte Vescovile", un manoscritto, mutilo e di difficile decifrazione, che riportava gli atti di un processo penale, intentato nel 1585 contro Vincenza Geraci, accusata di essere "magara, pubblica ruffiana, incantatrice ed istigatrice alla prostituzione". Con l´aiuto di Riccardo Magistri lo ha tradotto e ha ricostruito la storia della "majara di Fadducca".
Patti è stato un centro famoso nella storia della Santa Inquisizione siciliana. Sono stati Inquisitori del Regno di Sicilia ben 5 vescovi di Patti: Albertin, Sebastian, De Los Cameros, Galletti e Bonanno. De Los Cameros è ricordato da Leonardo Sciascia (nel romanzo "Morte di un Inquisitore") per aver diretto il processo finale contro Fra Diego La Matina ed il Vescovo Bartolomeo Sebastian (1549-1568) come responsabile delle atroci torture inflitte alla palermitana Pellegrina Vitello, processata, come la pattese Vincenza Gerasi, per magarìa. All´epoca del processo di Vincenza era vescovo a Patti Gilberto Hisfar et Corillas, il cui emblema campeggia ancora sul campanile della Cattedrale, fatto ricostruire dopo un´incursione turca.
Vincenza abitava nel rione di Fadducca (una zona oggi accentrata intorno al Largo Jan Palach), poco distante dal torrente Provvidenza e dalla zona degli Orti, ed era nota come majara, un termine che allora (e fino a pochi anni fa) designava in Sicilia le guaritrici, che utilizzavano la propria conoscenza delle erbe e della medicina popolare per guadagnarsi da vivere e per conquistare un certo potere sociale, vantando di essere dispensatrici di salute, ma anche di malattia e di morte. Vincenza era accusata anche si essere ruffiana: di consigliare cioè alle altre donne come mettere a frutto nel modo più vantaggioso la propria bellezza e giovinezza.
In quei tempi (e fino a tutta la prima metà del ´900) una donna povera, nei paesi e nelle campagne siciliane, diventava facilmente anche prostituta e, se lavorava presso qualcuno, era esposta normalmente alle violenze del suo padrone. Trovare un marito o un unico amante anziano e ricco era una sistemazione per molte preferibile.
Contro Vincenza depongono testimoni, che la accusano di aver fatto malefici per far star male alcuni vicini, ma anche semplicemente di averli guariti. La donna riesce, per alcuni mesi, a fuggire e a nascondersi nei dintorni, ma alla fine viene ritrovata ed il procuratore, nella sua arringa finale, chiede per lei la condanna "alle costrizioni e ai tormenti" e, se le prove saranno ritenute sufficienti, alle più severe pene previste dai sacri canoni. Considerato il repertorio di torture legali, di cui la Chiesa disponeva a quell´epoca (i tratti di corda, la flagellazione, lo zolfo e la pece bollente, le ustioni con olio e fuoco, il soffocamento con l´acqua, la ruota, la sedia delle streghe, chiodata e arroventata e moltissimi altri metodi e strumenti di incredibile crudeltà e sadismo) è possibile che Vincenza sia stata condannata al rogo.
Alleghiamo a fondo pagina il testo di una delle "Ballate del Paese Invisibile", dedicata alla "Majara", che potete ascoltare nell´esecuzione del cantastorie Mauro Geraci nella Videogallery del sito.
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